
Lo scorso 20 e 21 maggio, la nostra associazione ha avuto il piacere di cofinanziare il Liceo Ciardo-Pellegrino per la messa in scena di Stravinsky. Visioni coreografiche fra forma e rito.
Evento ospitato dal Teatro Koreja di Lecce e ideato dal Liceo Coreutico con la collaborazione degli studenti e dei docenti dell’indirizzo di Scenografia dello stesso Liceo Artistico. Un’iniziativa che ha coinvolto quasi cento alunni tra danzatori, scenografi, tecnici e organizzatori.
Spettacolo semi-professionale, esito di un lungo lavoro di preparazione delle cinque classi coinvolte.
Di fronte ad un’esperienza del genere, tuttavia, la domanda più interessante non riguarda la qualità artistica dell’evento, né il valore didattico di una produzione complessa. La domanda è un’altra: che senso ha oggi impegnare così tante energie per costruire uno spettacolo di danza?
In fondo viviamo in un’epoca nella quale l’offerta di intrattenimento è praticamente infinita. Video, serie televisive, piattaforme digitali, social network e contenuti personalizzati accompagnano ogni momento della giornata. Le scuole di danza sono numerose e diffuse. Le occasioni per assistere a performance artistiche non mancano. Perché allora investire mesi di lavoro e risorse economiche per realizzare un progetto collettivo tanto impegnativo?
Forse la risposta riguarda un valore intrinseco al fare danza: la possibilità di fare esperienza concreta del “noi”.
Spesso l’opinione pubblica è ossessionata dal se, come e quando le giovani generazioni debbano o non debbano usare il cellulare. Ma a pensarci bene, sono sempre adulti che parlano dal di fuori al loro mondo: la verità è che nessuna tecnologia viene abbandonata perché qualcuno la demonizza. Nell’esperienza reale si può scegliere di allontanarsene, almeno per qualche tempo, quando si trova qualcosa di più significativo o di più stimolante da fare.
La vera sfida educativa consiste allora nel costruire alternative credibili.
Uno spettacolo come Stravinsky rappresenta precisamente questo: un’alternativa reale alla solitudine digitale. Per mesi decine di ragazzi sono stati chiamati a coordinare i propri gesti, ad ascoltare i tempi degli altri, a misurarsi con vincoli condivisi, a mettere in relazione il proprio talento individuale con un risultato collettivo.
È ciò che accade nella musica. Nessuno strumento può imporre il proprio ritmo all’orchestra. Ogni esecutore deve accordarsi e raccordarsi agli altri. L’armonia nasce dalla relazione, non dalla semplice somma delle singole capacità.
Lo stesso avviene nella danza. Un movimento può essere perfetto sul piano tecnico e risultare comunque inefficace se non trova una corrispondenza con il movimento degli altri. La precisione individuale diventa significativa soltanto all’interno di una forma comune.
In questo senso costruire uno spettacolo diventa una palestra attiva di convivenza.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha osservato come la società contemporanea tenda progressivamente a dissolvere l’esperienza dell’altro. Gli individui vengono spinti verso spazi sempre più personalizzati, costruiti attorno ai propri gusti e alle proprie preferenze. L’algoritmo seleziona contenuti che ci assomigliano; sempre più raramente siamo costretti a confrontarci con ciò che è diverso da noi. In opere come La crisi della narrazione e La scomparsa dei riti, Han sottolinea come la perdita delle pratiche condivise produca una crescente frammentazione dell’esperienza sociale.
In questo scenario, un progetto artistico collettivo si pone come una radicale controtendenza.
Durante le prove, nessuno può accelerare un video, saltare una scena o cambiare contenuto con un semplice gesto del pollice. Il tempo deve essere abitato. Gli errori devono essere affrontati. Le differenze devono essere negoziate. I corpi devono condividere uno spazio.
Si tratta di un’esperienza profondamente controcorrente.
In un’epoca caratterizzata dalla smaterializzazione delle relazioni, il teatro continua a chiedere presenza. La danza continua a chiedere ascolto reciproco. La costruzione di una scena continua a richiedere collaborazione concreta. Non esistono scorciatoie digitali che possano sostituire questi processi.
Forse è proprio questo il significato più profondo di un progetto come Stravinsky. Visioni coreografiche fra forma e rito: offrire ai giovani l’opportunità di sperimentare una forma diversa di esistenza, quella che nasce quando molte persone scelgono di accordarsi tra loro per costruire qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo.
In fondo i riti, nelle società umane, hanno sempre avuto questa funzione. Creare uno spazio condiviso nel quale gli individui potessero riconoscersi come parte di una comunità. Il riferimento a Stravinsky, e in particolare alla dimensione del rito evocata già nelle sue opere più celebri, appare allora particolarmente significativo.
La questione non è sottrarre i ragazzi alla tecnologia. Sarebbe un obiettivo tanto ingenuo quanto irrealistico. La questione è offrire esperienze sufficientemente ricche da rendere naturale, almeno per qualche ora, l’abbandono dello schermo.
Ogni volta che ciò accade, si restituisce spazio alla realtà.
Ed è probabilmente questo il risultato più importante che una scuola possa raggiungere.
Serena Ampolo
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