
Foto di Alejandro Piñero Amerio su Unsplash
È da un po’ di tempo che avevo voglia di scrivere qualcosa sulla spiritualità contemporanea nel mondo occidentale. Stimolato da alcune letture sul tema come quello di Ronald Purser che trovate QUI, il libro di Colamedici e Gancitano dal titolo «Tu non sei Dio» dove i due autori fanno un’analisi critica sul tema, o il saggio di Byung-Chul Han «la società della stanchezza» dove il filosofo smonta l’imperativo tossico del «Tu puoi» e del «Tutto dipende da te».
Basta fare una passeggiata per strada per imbattersi in locandine di festival olistici o workshop di meditazione, oppure scorrere i feed dei social per essere sommersi da psicologi, coach e cartomanti pronti ad aiutarci a «fiorire» come individui. Se diamo un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti, il messaggio di fondo è ossessivamente lo stesso: le coordinate per essere felici, il risveglio della meraviglia, come guarire i propri traumi, imparare a bastare a sé stessi. Un flusso continuo di percorsi che, troppo spesso, si fondano sulla banalizzazione e sulla semplificazione di concetti spirituali antichi e profondamente complessi.
Sia chiaro: non c’è niente di male in tutto questo. Se una pratica o un libro riescono a rimuovere un blocco emotivo o psicologico, ben vengano. Il problema sorge quando la chiamano spiritualità. Quella che nella nostra società occidentale viene impacchettata e venduta come tale, molto spesso è solo un filone inspirational: una didattica profondamente consolatoria che promette la felicità a buon mercato.
Partendo da queste premesse, in questo articolo vorrei provare a fare un’analisi (forse anche un po’ incosciente) del cortocircuito che si è creato tra queste forme di spiritualità contemporanea e la scomparsa della lotta collettiva.
Infatti, credo che nelle nostre società occidentali si sia passati, senza quasi accorgercene, dall’epoca della lotta collettiva a quella della crescita personale. Un tempo, davanti a un lavoro alienante, a un’ingiustizia o a un problema sociale, la risposta era l’unione: ci si guardava attorno, ci si organizzava, si scioperava e si cercavano soluzioni condivise. Oggi, davanti allo stesso identico malessere, la risposta è diventata rigorosamente privata: si scarica un’app di mindfulness, si paga un mental coach, si compra un libro di auto-aiuto, oppure si segue un corso di welfare aziendale per imparare a organizzare individualmente il proprio carico di stress in maniera più efficiente.
Ma questa transizione non è certo un’evoluzione spontanea. È, al contrario, la più grande operazione di anestesia politica ed economica del nostro secolo, iniziata con l’avvento del New Age. È il frutto di un modello capitalista che ha fagocitato la spiritualità (trasformandola, appunto, in semplice narrazione inspirational) per renderla un prodotto di consumo, perfettamente divulgabile e acquistabile nei seminari del weekend.
Si è imposta così una logica che piega la spiritualità all’ottenimento di un premio individuale: la felicità personale, la fioritura, il successo. Si tratta di un approccio profondamente individualista e utilitarista. Al contrario, la vera spiritualità non si basa sull’accumulo o sulla prestazione emotiva. Come ricordano proprio Colamedici e Gancitano, il percorso del vero ricercatore spirituale è un lavoro di sottrazione, non di una vincita.
Mark Fisher, nel suo Realismo Capitalista, definisce questo meccanismo la «privatizzazione dello stress». È un processo subdolo che ci porta a interiorizzare la colpa del nostro malessere, ignorando completamente le cause sociali e politiche che lo generano.
In un mondo che mercifica tutto, anche la nostra salute mentale diventa un problema esclusivamente individuale. Non è il sistema che ti schiaccia: sei tu che non sei abbastanza forte, resiliente, produttivo.
Sei tu che non sei «antifragile». E così, la sofferenza psicologica viene ridotta a una questione personale e privata, un difetto da correggere a colpi di forza di volontà e disciplina.
La soluzione? «E’ dentro di te», ci ripetono. Leggi un libro di auto-aiuto, partecipa a un corso di mindfulness, affidati a un coach motivazionale che ti insegnerà come essere felice, sano, efficiente. Non importa che intorno a te crolli tutto: la precarietà, i genocidi, la solitudine, la graduale ma inesorabile distruzione di uno Stato sociale in cui i diritti si stanno trasformando in privilegi. No, ciò che conta è che tu impari a respirare, a organizzarti meglio. Mentre il sistema, quello, resta immobile.
Se vai in burnout, la narrativa neoliberista occidentale non ammetterà mai che l’ambiente in cui lavori è tossico; ti dirà piuttosto che non hai meditato abbastanza, che ti manca la giusta resilienza. Non è un caso che oggi le aziende preferiscano regalare ai dipendenti l’abbonamento a un’app di meditazione piuttosto che aumentare gli stipendi o ridurre le ore di lavoro. Il motivo è brutalmente semplice: il lavoratore che medita impara a sopportare l’oppressione da solo; il lavoratore che si arrabbia si unisce agli altri e sciopera.
Inoltre, in queste pratiche di Inspirational, c’è la pericolosa tendenza a far coincidere il proprio «Io» con l’Universo o con Dio. Una tendenza a mettere sé stessi al centro di ogni esperienza, costruire narrazioni in cui io sono il protagonista e tutto il resto è sfondo (Gancitano, 2026). È chiaro che, in questa logica, l’Altro smette di esistere come soggetto autonomo e diventa un semplice riflesso della nostra coscienza. Di conseguenza, il bisogno di relazionarsi, di scendere a compromessi o di lottare insieme crolla, perché non c’è nessuno «fuori di me» con cui farlo. Questo fenomeno prende il nome di solipsismo.
Persino un mistico come Gurdjieff derideva questa visione edulcorata secondo cui l’universo è a disposizione dell’io dove l’uomo si nutre passivamente di energia cosmica. Al contrario, egli sosteneva che è l’universo a servirsi dell’uomo per sostenere il proprio equilibrio. È l’energia prodotta dall’attività meccanica e inconsapevole degli esseri umani sulla Terra che serve come nutrimento per la Luna.
Questo modello individualista si sposa perfettamente con la strategia geopolitica di regimi autoritari (come la Cina), che promuovono l’idea che il benessere si riduca a stabilità materiale e ordine privato, deridendo i diritti civili e sopprimendo l’azione collettiva come «illusioni occidentali destabilizzanti». Ma è una deriva che ormai ha preso piede prepotentemente anche qui in Occidente: il cittadino ideale per il potere globale è un atomo isolato che non disturba nessuno, ma che lavora incessantemente alla propria personale e innocua fioritura.
È una mentalità distorta che ha trovato terreno fertile sui social (tanto per cambiare) che è oggi definita manifesting, l’evoluzione pop della vecchia Legge dell’Attrazione. Secondo questo concetto, i tuoi pensieri hanno un potere magnetico: se pensi positivo attiri ricchezza, se pensi negativo attiri sventura.
Il risultato è un solipsismo radicale. Si arriva così al paradosso morale di chi, pur di proteggere la propria «pace interiore», decide di girare la testa dall’altra parte davanti alle tragedie della storia, come il genocidio in Palestina da parte di Israele, teorizzando l’agghiacciante principio: se non lo vedo, nella mia realtà non esiste.
Ancora peggio, il manifesting genera una spietata colpevolizzazione della vittima. Se sei povero, se sei malato o se ti cadono le bombe in testa, significa che stai vibrando alla frequenza sbagliata, o che in una vita precedente ti sei comportato male.
Questo individualismo esasperato, mascherato da illuminazione spirituale, è in realtà il motore perfetto del capitalismo. Promuove l’individuo che «basta a sé stesso» e rivendica costantemente la retorica del «lasciare andare l’altro». Il risultato pratico? Un individuo solo, che non condivide le spese con nessuno, compra confezioni monodose, paga bollette intere. Un individuo che, non potendo contare sul mutuo soccorso di una comunità, deve acquistare ogni singolo servizio sul mercato.
La solitudine non è un errore del sistema: è il suo modello di business più redditizio. Il mondo capitalista non si apre agli altri, scoraggia l’incontro e, soprattutto, teme la lotta collettiva.
E ne ha tutte le ragioni, perché per invertire la rotta basterebbe pochissimo. Il filosofo Kohei Saito ci ricorda che, per abbattere il capitalismo e bloccare il collasso climatico, non serve convincere il 100% delle persone. Basterebbe che appena il 3,5% della popolazione si attivasse sinceramente con pratiche di disobbedienza civile non violenta per creare una massa critica sufficiente a imporre una svolta radicale alla società.
Ecco perché si progettano società frammentate. Le destre chiudono gli spazi sociali di aggregazione, si progettano città con sempre meno spazi pubblici, le piazze vengono occupate da locali turistici o dalle grandi catene commerciali, si eliminano i terzi luoghi e si commercializza la crescita personale.
È la stessa identica logica utilizzata per la lotta al cambiamento climatico, dove la responsabilità viene scaricata tutta sul mito del «consumatore green» armato di borraccia termica e sacca in cotone. Ne parla molto bene Fabio Ciconte nel suo libro Cibo e politica: ci siamo concentrati ossessivamente sui comportamenti individuali, dimenticandoci delle responsabilità politiche strutturali.
Ma non ci salveremo da soli, meditando nei nostri monolocali. La soluzione per affrontare la crisi ecologica, sociale e spirituale che stiamo vivendo ha un solo nome: azione collettiva.
Anche la meritocrazia oggi è diventata lo strumento prediletto delle destre per legittimare la disuguaglianza. Finge che la vita sia una corsa in cui tutti partono dagli stessi blocchi, trasformando la ricchezza in un premio morale e la povertà in una colpa per non essersi impegnati abbastanza. Come ci ricorda il filosofo Michael Sandel, la meritocrazia ci insegna che il successo dipende solo da noi, cancellando con un colpo di spugna il contesto sociale, la famiglia di provenienza, la scuola e, soprattutto, il fatto che i talenti naturali siano in gran parte doni del tutto casuali.
Tornando al concetto di solipsismo e all’illusione dell’«Io sono Dio», è curioso constatare una cosa: oggi chi si definisce cristiano viene spesso liquidato come bigotto o retrogrado. Eppure, se spogliamo il cristianesimo delle sue incrostazioni di potere istituzionale e torniamo al nucleo originario dei Vangeli, scopriamo la filosofia più radicalmente anti-solipsista e comunitaria mai esistita. Mentre la spiritualità contemporanea della crescita personale ti dice che Tu sei Dio e che devi guardare solo dentro di te, il cristianesimo ribalta la visione: Dio è nell’Altro. Si rivela nella carne ferita del prossimo, del vulnerabile, dell’ultimo. Non puoi salvarti da solo; la salvezza è un fatto intimamente comunitario. L’uomo si ritrova solo se si perde nell’altro, non certo isolandosi nel suo monolocale a visualizzare mentalmente l’abbondanza che attira.
Siamo, insomma, stretti in una morsa, una vera e propria tenaglia culturale: da un lato l’industria della crescita personale, che ci tiene concentrati in modo ossessivo sulle nostre piccole lotte esistenziali individuali; dall’altro il mercato, che ci atomizza per venderci la vita a prezzo pieno. Non è un caso che oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisca la solitudine un’emergenza globale. Non è più una questione psicologica privata, ma un drammatico problema politico e collettivo.
Uscire dal solipsismo contemporaneo non significa smettere di prendersi cura di sé. Significa, piuttosto, capire che i nostri problemi non sono quasi mai solo individuali e che la vera fioritura non avviene nel laboratorio contorto della nostra mente. Avviene nelle relazioni reali, nell’incontro e nella fatica di accettare l’altro nella sua imperfezione.
Oggi, smettere di guardarsi l’ombelico, rifiutare la retorica del «basta a te stesso», decidere di condividere, di fare associazione, di organizzarsi e di guardare in faccia il dolore della fine del mondo insieme agli altri non è semplicemente una scelta terapeutica. È l’atto politico più sovversivo e rivoluzionario che ci sia rimasto.
È sempre attuale chiudere con le parole di Gramsci:
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
Gianfranco Gatti
Bibliografia di riferimento
Ambrogetti, M. (2026). La solitudine non è una scelta, è un progetto politico. E un problema di qualità della democrazia, articolo su Luce!
Bergamaschi G. (2026), La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata, Tlon.
Ciconte, F. (2025). Cibo è politica, Einaudi.
Colamedici, A., & Gancitano, M. (2021). Tu non sei Dio: Fenomenologia della spiritualità contemporanea. Tlon.
Ehrenberg, A. (2010). La Fatica di essere se stessi, Einaudi.
Fisher, M. (2018). Realismo capitalista: Non c’è alternativa? (V. P. Pezzella, Trad.). Nero Editions.
Gancitano, M. (2026), Animali narrativi, perché non possiamo smettere di credere alle storie, Marsilio.
Han, B.-C. (2012). La società della stanchezza, Nottetempo.
Hertz, N. (2021). Il secolo della solitudine: L’importanza di ritrovare i legami nell’era dell’isolamento Il Saggiatore.
Purser, R. E. (2020). McMindfulness: La meditazione che fa bene al capitale (S. Frediani, Trad.). articolo su Internazionale
Saito, K. (2023). Il Capitale nell’Antropocene, Einaudi;
Sandel, M. J. (2021). La tirannia del merito: Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti; Feltrinelli
Sità N., McGinliey C (2024), Cos’è il Manifesting, la tecnica che ci aiuta ad ottenere tutto ciò che desideriamo, articolo su elle.com
Tielbeke, J. (2025), Il mito del consumatore Verde, articolo su Internazionale
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