Foto di Debby Hudson su Unsplash

Ho sempre provato una profonda fascinazione per gli artisti. Pittori, musicisti, attori, danzatori. Emanano un’aura forte, brillante. Sono magneticamente attratto dal loro talento e dalla loro visione, dalla capacità quasi magica di creare dal nulla usando le mani e la mente. Fanno cose difficilissime. Mi incanta quello che riescono a tirare fuori da se stessi e la facilità con cui sanno scatenare emozioni negli altri, che siano positive o negative non importa.

Non avendo io particolari doti artistiche, negli ultimi anni con la nostra associazione abbiamo cercato di fare la cosa più vicina a quel mondo: sostenere chi fa arte. Penso alla collaborazione con il progetto Il Campo dei Giganti; al supporto dato solo un mese fa agli studenti del Liceo Ciardo-Pellegrino di Lecce per due eventi di arti figurative ed esposizioni durante Cortili Aperti; al laboratorio di fumetto nato all’interno del progetto Clic; o, andando indietro nel tempo a quando eravamo più giovani, ai vari scambi interculturali Erasmus in ambito teatrale.

Tolta questa nota autoreferenziale, torniamo al punto.

Gli artisti sono persone guidate dall’ispirazione, «toccate» da un dono misterioso che permette loro di generare un’opera capace di reinventare la realtà. Chi non vorrebbe avere a che fare con persone di questo calibro? Io vorrei essere il loro migliore amico. Chissà, magari potrei essere inconsapevolmente una fonte d’ispirazione per loro; magari potrebbero vedere in me cose che né io, né gli altri “comuni mortali” riusciamo a vedere.

Ma cosa succede esattamente nella testa di chi crea?

Qualche tempo fa ho letto un articolo scientifico che spiegava che nel cervello degli artisti non c’è un singolo «interruttore» magico che si accende all’improvviso. C’è invece un insieme coordinato di cambiamenti strutturali e connessioni che li distingue da chi artista non è. In parole semplici il loro cervello fa dialogare costantemente due reti che di solito non dialogano.

  • Da un lato, la rete dell’immaginazione spontanea (quella dei sogni a occhi aperti).
  • Dall’altro, la rete del controllo e della pianificazione (quella della disciplina e della logica).

Nel cervello di un artista queste due aree non si fanno la guerra, ma fanno una sorta di jam session continua. È come se il sogno e la disciplina, l’intuizione e il rigore, avessero imparato a lavorare insieme senza ostacolarsi. Creare arte è quindi un lavoro straordinariamente complesso per il cervello, che si trova a operare su vari livelli contemporaneamente.

Eppure, nonostante questa complessità biologica e intellettuale, in Italia agli artisti non viene attribuito il giusto valore. Spesso sono visti come semplici «intrattenitori».

Nel mercato del lavoro tradizionale, il livello di professionalità va di pari passo con lo stipendio: un lavoratore con competenze elevate e complesse guadagna molto di più rispetto a un operatore base. Ma per l’artista questo principio svanisce. Non importa quanto sia ingegnoso, faticoso e strutturato il processo per generare arte: il mercato lo ignora, a meno che non genera prodotti. Ed è così che nella nostra società capitalistica, l’arte viene ridotta a un mero prodotto da scaffale.

Bojana Kunst nel suo libro (L’artista al lavoro: Prossimità tra arte e capitalismo) evidenzia chiaramente come il sistema artistico contemporaneo sia stato risucchiato dalle logiche del capitalismo. La creatività, oggi, rischia di diventare un valore puramente economico e non più artistico. Un meccanismo distorto che va a colpire il senso stesso della vita artistica.

Oggi l’artista vive in una condizione di precarietà totale, costretto all’auto-sfruttamento e a un processo continuo di auto-promozione sui social solo per sopravvivere. Manca una tutela reale, i compensi sono inadeguati e si dipende da bandi e finanziamenti instabili.

Sempre secondo la Kunst, c’è poi il grande tema della performatività. All’artista oggi è richiesto di essere sempre attivo, sempre produttivo e soprattutto sempre visibile. Devi partecipare a un sistema che premia l’esposizione costante della tua vita privata, che finisce per mescolarsi inevitabilmente con quella professionale, sempre sotto i riflettori.

Un’amica mi raccontava che il direttore di un museo le ha detto:

«Tu non devi affannarti dietro alle procedure amministrative e burocratiche. Sei un’artista, devi preservare il cervello per generare arte».

Lei è rimasta spiazzata. Da un lato colpita positivamente dal complimento, dall’altro profondamente amareggiata. Era il segno evidente di come persino chi dirige un museo non comprenda le fatiche quotidiane di un creativo, che oltre a generare arte deve letteralmente inventarsi progetti per campare o inseguire linee di finanziamento sempre più inaccessibili.

Qual è la soluzione, allora? Una risposta concreta arriva dall’Irlanda, che ha introdotto un progetto pilota di reddito di base per gli artisti. Anche sul tema del Basic Income la nostra associazione ha detto tanto, ad esempio Qui.

Gli artisti non lavorano per il profitto aziendale, ma generano un valore immenso a livello sociale, culturale e di benessere collettivo. Il progetto pilota irlandese sta dimostrando che questo sussidio ha alleviato la precarietà sistemica del settore, migliorando nettamente la salute mentale e il sostentamento dei lavoratori della cultura. Trovate Qui un articolo interessante.

Purtroppo, nonostante il programma si sia praticamente autofinanziato, il governo ha deciso di non estenderlo a tutti, limitandolo a poche migliaia di persone con cicli triennali.

Resta però un’idea di fondo: il vero valore del lavoro non dovrebbe misurarsi in extraprofitti, ma nell’impatto sociale che genera. Viviamo in un sistema che permette a grandi settori industriali di accumulare miliardi semplicemente estraendo risorse materiali (come il gas o l’energia), gonfiando le tasche di pochi senza arricchire il tessuto umano di una comunità.

L’artista fa esattamente l’opposto. Non estrae gas, «estrae emozioni», senso e bellezza. Genera un beneficio sociale vitale, lavorando per la collettività e non per il proprio conto in banca. Produce qualcosa di invisibile ma essenziale: legami, empatia, visione, memoria collettiva. Eppure, questo valore, proprio perché non è immediatamente monetizzabile, viene continuamente svalutato.

Se la nostra economia fosse equa, i profitti delle grandi industrie sarebbero redistribuiti proprio per sostenere chi, come i creativi, ha un impatto reale sulla società.

Nel capitalismo i soldi sono l’unica cosa che conta. In un post di qualche tempo fa Giulio Cavalli dice che «Gli altri sono l’unica cosa che conta». L’arte, infatti, non esiste mai davvero per chi la crea soltanto. Nasce sempre da una relazione umana: dal bisogno di comunicare, condividere, smuovere qualcosa dentro qualcun altro. È un lavoro che mette al centro le comunità, non il profitto.

L’arte andrebbe quindi preservata e protetta dalle logiche di mercato, e il reddito di base per chi la produce è lo strumento per farlo.

Non solo, gli artisti dovrebbero essere inseriti stabilmente nella progettazione delle opere pubbliche, perché possiedono una capacità di problem solving che rifiuta la logica lineare.

Prendiamo l’esempio di Ulderico Tramacere di fronte alla devastazione del paesaggio rurale salentino causata dalla Xylella. La logica lineare, quella puramente economica e burocratica, tende semplicemente a sostituire o rimuovere: si taglia, si brucia, e si incassano gli incentivi per farlo. La logica laterale dell’artista, invece, trasforma quel paesaggio devastato in un’opportunità di rigenerazione, in una nuova creazione (come è stato per il Campo dei Giganti).

Forse allora, per trovare soluzioni reali ai problemi del presente, dovremmo iniziare a fare una scelta diversa: sostenere davvero gli artisti. Non considerarli un passatempo o un intrattenimento da consumare nei ritagli di tempo, ma riconoscerli per ciò che sono: lavoratori della sensibilità, della visione e dell’immaginazione collettiva.

Perché una società che non protegge chi crea bellezza, pensiero ed emozioni è una società che rinuncia lentamente a comprendere sé stessa. E invece oggi, giunti alla fine del mondo, avremmo bisogno esattamente del contrario: più arte, più cultura, più persone capaci di immaginare alternative quando tutto sembra ridursi al profitto e alla produttività attraverso la distruzione.

Qualche giorno fa ho letto un post su Instagram sull’apertura di un nuovo spazio artistico dal nome Mezzanine.area, che diceva: Saremo felici di potervi accogliere nella pancia del nostro gigante e farvi conoscere il nostro lavoro (…) venite leggeri e sorridenti, ditelo a chi vi piace, prendetegli la mano e accompagnatelo da noi. In queste poche righe c’è la sintesi di tutto: uno spazio sicuro (la pancia del gigante), la condivisione, la cura per l’altro.

Gianfranco Gatti

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