Qualche sera fa ho conosciuto in un famoso chiosco leccese delle persone nuove. Come spesso vanno le conversazioni all’inizio ci si è chiesti cosa facessimo nella vita. La classica domanda da biglietto da visita. Attorno al tavolo c’erano artigiani, creativi, chi ha lasciato carriere importanti per andare a vivere in natura facendo gli agricoltori, persone con narrazioni indubbiamente affascinanti. Quando è toccato a me, ho semplicemente detto che faccio l’impiegato amministrativo. Il pubblico però non sembrava soddisfatto della mia risposta, allora mi è stato lanciato un salvagente sociale: «Vabbè, ma avrai un hobby, no?»

Una domanda, apparentemente innocua, ma che nasconde un sottotesto inquietante: «Visto che il tuo lavoro è noioso, spero che tu abbia qualcos’altro da narrare che ti renda interessante, come appunto un hobby».
Il problema non è l’hobby in sé (sia chiaro è bellissimo avere un hobby), ma il ruolo che l’hobby assume nell’era dello storytelling.
C’è un’aspettativa sociale dove le persone si aspettano che tu abbia storie da raccontare su di te. Devi avere una narrazione di vita affascinante, un’esistenza che sembri la trama di un film o un libro.
Se hai abbandonato una multinazionale per coltivare grani antichi, hai una narrazione spendibile. Se modelli l’argilla in un vicolo nascosto, hai un’identità narrativa. Ma se la tua quotidianità è scarsa di narrazione qualcosa si inceppa e si generano imbarazzi. Il pubblico è insoddisfatto. Nella società dell’iper-comunicazione il nostro essere individui non dipende da chi siamo o da come ci comportiamo con gli altri, ma da quanto siamo capaci di intrattenerci a vicenda. Chi ha una narrazione viene premiato e definito «interessante», mentre chi non ha narrazioni performanti viene percepito come sfigato, anzi tenero, poverino.
È in questo contesto che oggi c’è l’obbligo di avere un hobby, non per puro svago, ma un retaggio della mentalità iper-produttiva tipica della società della performance. Se hai la fortuna di finire la tua giornata lavorativa alle due, la società della performance (o dello storytelling) ti dice che non puoi oziare. Devi continuare a produrre. Devi ottimizzare il tempo libero. Devi avere un progetto da narrare, sui social o di sera quando conosci persone nuove, le devi colpire, affascinare, siamo in un cinema all’aperto.
L’hobby rappresenta la valuta di scambio dell’iper-comunicazione serale. Serve a dire agli altri «guarda come sono interessante», creando una sottile gerarchia in cui chi accumula passatempi «esotici» o performanti è percepito come superiore agli altri.
Ma poi perché abbiamo così tanto bisogno di riempire il tempo? La verità è che dentro il tempo non sappiamo più starci. La noia è vista come il male assoluto, un fallimento personale. Di conseguenza, ci buttiamo a capofitto in attività strutturate pur di non fare i conti con il vuoto.
Ma c’è un’alternativa a questa frenesia, ed è l’approccio passivo. Esiste una dignità immensa nel preferire attività in cui non si deve produrre niente da esibire: ascoltare un disco dall’inizio alla fine, senza fare altro, leggere un libro senza doverlo recensire o fotografarlo mentre si è in spiaggia, uscire di casa senza una meta. È quello che Maura Gancitano definisce la capacità di andare alla «deriva», lasciarsi attrarre dalle sollecitazioni del giorno senza avere un obiettivo, un progetto, o appunto un hobby predefinito.
La flânerie secondo Charles Baudelaire è l’atto di camminare consapevolmente senza una destinazione, lasciandosi trasportare dagli stimoli della strada, un po’ a piedi e un po’ in bicicletta, esplorando l’ambiente circostante senza l’ansia di dover arrivare.
È un atto profondamente rivoluzionario perché è totalmente svincolato dalle logiche di efficienza. Secondo Gancitano quando andiamo alla deriva, smettiamo di essere ingranaggi della performance e torniamo a essere umani. Questo andare alla deriva non è un’esperienza attiva per la creazione di narrazioni, ma un’esperienza contemplativa passiva; un modo di isolarsi nella confusione della modernità, celebrando la «perdita di tempo» e l’ozio come forma di ribellione contro l’utilitarismo. L’andare alla deriva rivendica il sacrosanto nostro diritto a oziare ed essere considerati comunque persone.
Gianfranco Gatti
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