Basic Income

basic income

Among the many conditions needed for human flourishing DEMOSTENE Study Centre thinks that economic security is of paramount importance. Nobody has to live in a condition of complete destitution, spending an important part of their lives looking for the meeting of the biological needs with no time and energy to look for the implementation of their other capabilities.

To implement a real human development everybody must counts on a basic economic security that can free time and energies to address to self-development and the building of a meaningful life.

Demostene Study Centre embraces the idea of unconditional basic income as the simplest and more effective tool to achieve this aim and with its activities it wants to promote the knowledge of the concept and the implementation of pilot projects and further studies on this socioeconomic policy.


Reddito di base e Sviluppo Umano

Tra gli strumenti necessari ad un effettivo sviluppo umano DEMOSTENE Centro Studi ritiene fondamentale che nessun essere umano si trovi mai, in nessun momento della sua esistenza, in uno stato di destituzione tale che la sua vita sia meramente centrata sul problema di come coprire i bisogni biologici più elementari dell’esistenza. Perché un autentico sviluppo umano abbia luogo è necessario che ciascuno possa contare su una base economica sicura, una base che possa liberare del tempo e delle energie da indirizzare verso il proprio sviluppo come uomo, verso la realizzazione di una vita significativa per se stessi e per gli altri.

Proprio per questo Demostene abbraccia l’idea di un reddito di base garantito ed universale, e per mezzo delle sue attività vuole innanzitutto diffonderne la conoscenza e quindi promuovere la sua implementazione.

Reddito di base. Cos’è?

Il reddito di base, o basic income, per usare il sintagma inglese con il quale è internazionalmente conosciuta questa proposta consiste nella distribuzione, da parte di una comunità politica, di un reddito a tutti i suoi membri, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite.

Basic income vuol dire garantire a tutti una base economica certa per il semplice fatto di essere membri di una comunità politica, titolari di diritti personali, innanzitutto quelli ad una vita libera e dignitosa. E questo ancor prima di valutare il merito, la ricchezza o altre situazioni personali. Il basic income diverrebbe così un diritto economico di nascita, al pari del diritto politico al voto, anch’esso un diritto di nascita, che ha come unica condizione la cittadinanza senza valutazioni circa la povertà, la ricchezza o altre condizioni soggettive della persona.

Ma il basic income è anche una proposta altamente controintuitiva: perché dare soldi anche ai ricchi? Perché offrire denaro pubblico senza richiedere una qualche forma di contropartita? E cosa accadrebbe degli attuali ammortizzatori sociali introdotto il reddito di base?

Sono queste, ovviamente, domande che è giusto porsi e a cui occorre dare una risposta che non è solo ideale, ma necessariamente deve contenere un aspetto pragmatico. Nessuna risposta dunque può dirsi completa o universale, perché dipenderà sempre in parte dal contesto sociale e politico, dal tessuto economico, dal modello concreto di basic income che si andrà ad introdurre.

Ma perché darlo a tutti, anche ai ricchi?

Se è vero che il reddito di base verrebbe dato a tutti, non è vero che necessariamente resterebbe nelle tasche di tutti. Ogni proposta di basic income ora in campo prevede che tale reddito sia l’unico a non essere tassato, mentre lo sarebbe ogni altra forma di reddito o rendita, permettendo così di ottenere le risorse necessarie al suo finanziamento e recuperare il basic income da coloro che, in fin dei conti, non ne avevano bisogno. La cosa interessante è però l’inversione dell’onere della prova. Oggi, infatti, è il cittadino a dover “dimostrare” di essere povero, di non riuscire con le sole proprie forze a sopperire alle proprie necessità; un atto, questo, che produce un forte stigma sociale da cui spesso il beneficiario dello stato sociale non riesce a liberarsi. Nella logica del basic income, al contrario, è lo stato a dover dimostrare che il cittadino sia sufficientemente ricco da non aver bisogno del reddito di base, ma anzi di poter contribuire con i suoi redditi e le tasse pagate al progetto.

Ma perché senza esigenza di contropartite?

Per quanto riguarda l’incondizionalità, sono ormai molti gli studi che dimostrano come gli aiuti in denaro condizionati, che dunque il beneficiario perde nel momento in cui si abbia un reddito da altre fonti identico o anche di poco superiore al beneficio pubblico, si trasformino in veri e propri disincentivi all’accettazione di quel lavoro, e producano il diffuso malcostume del lavoro in nero, e cioè non dichiarato, al fine appunto di non perdere quanto percepito dallo stato. La cumulabilità del reddito di base con altri redditi renderebbe invece controproducente sia la mancata accettazione di un lavoro regolare, sia l’accettazione di un lavoro in nero, con evidenti guadagni da parte sia del cittadino che dell’erario.

Ma è sostenibile?

Per quanto riguarda l’ottenimento delle risorse e il destino degli attuali ammortizzatori sociali un primo punto, anche se non da enfatizzare, è che a differenza delle policy condizionate, il reddito di base non richiederebbe una grande burocrazia: il controllo degli aventi diritto (la loro cittadinanza, residenza ed età) sono facilmente riscontrabili e difficili da falsificare. Meno costi per la gestione e i controlli significa anche meno risorse impiegati per essi, e dunque maggiori risorse che raggiungono direttamente i beneficiari. L’introduzione di un reddito di base richiederebbe certamente una rimodulazione sia della tassazione sui redditi che di altre politiche sociali. Mentre non è detto che si debba rinunciare ai benefici offerti in servizi (ad esempio scuola e sanità), una rimodulazione di altri benefici in denaro sarebbe, molto probabilmente, necessaria. Ad esempio un reddito di base venisse offerto sin dalla nascita, perderebbero di significato gli attuali assegni familiari.

La sostenibilità economica, gli effetti sul mercato, sulla tassazione, sul lavoro non sono comunque risposte che è possibile dare a priori. Esse dipendono evidentemente dal modello concreto di reddito di base che si vorrà attuare, dal contesto sociale e politico, dal tessuto economico. Ma rispetto alle attuali politiche sociali, che intervengono solo “a misfatto compiuto”, e cioé dopo aver constatato lo stato di povertà o precarietà, il reddito di base ha l’indiscusso vantaggio di impedire che forme di miseria estrema compaiano in primo luogo.

Ancora su sviluppo umano e reddito di base

Tra gli elementi necessari allo sviluppo umano, l’economista e premio nobel Amartya Sen ha elencato la sicurezza protettiva. Partendo dalla constatazione che in qualunque economia di mercato sono presenti dei vincitori e dei vinti e che è impossibile che il mercato, anche il mercato più perfetto, possa a priori garantire che i suoi benefici raggiungano tutti i membri di una collettività, è necessario che sia la comunità politica a costruire una rete di sicurezza che impedisca a chiunque di cadere al di sotto di una determinata soglia. Il reddito di base si presenta da tutti i punti di vita un candidato ideale a costituire una tale rete di sicurezza e come tale non può essere ignorato da nessuna persona, associazione, partito che ponga tra i suoi obiettivi l’autentico sviluppo umano di ogni singola persona.

Per approfondire

Del Bò C., Murra, E., “Per un reddito di cittadinanza. Perchè dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni” GoWare, 2014

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