Mobilità Europea: Tra spreco e opportunità

Pubblichiamo di seguito la testimonianza della prof.sa Orietta Epifani, docente dell’ ITES Olivetti di Lecce, impegnata nell’educazione degli adulti, e che ha preso parte dal 15 al 19 Maggio al secondo  flusso di Mobilità a Londra nell’ambito del progetto Teachers in Action for Adults – Learn how teach ICT & Entrepreneurship finanziato dal programma Erasmus plus e coordinato da SEND e il nostro Centro Studi.

 

Con  la consegna degli attestati e la foto di rito , alle ore 14.00 di venerdi 19 maggio si è concluso a Londra  il  “Moodle Course“  tenuto da Kairos Europe ad un gruppo di docenti impegnati nell’Educazione degli Adulti.  Il corso è stato organizzato da SEND – Agenzia per il lavoro e dal Centro Studi DEMOSTENE –  due organizzazioni attive nella formazione e nella mobilità europea  –  nell’ambito del progetto ‘Teacher in action for adults ‘  finanziato dal Programma Erasmus Plus, Azione mobilità degli Adulti. I corsisti provenivano da un gruppo di scuole superiori e dal Cpia  di Lecce  e dai CPIA delle province siciliane: 16 partecipanti in totale.

Prima della partenza, mi sono trovata ad illustrare il progetto ad un amico milanese – trapiantato al sud da oltre 15 anni – che subito ha cominciato a sentenziare sul solito spreco di denaro europeo, sulla dispendiosità del mandare così tante persone a soggiornare all’estero per quasi una settimana quando, con un investimento molto più contenuto, avrebbero potuto benissimo  studiare le applicazioni della piattaforma Moodle in Italia  con un esperto, magari anche inglese, se proprio l’avessero voluto.

Devo riconoscere che, al di là dell’insofferenza che i critici ad ogni costo mi suscitano – specialmente se convinti di essere per elezione ispirati dalla Musa dell’Efficienza –  quella riflessione era sorta anche in me, sebbene a lui non avrei dato la soddisfazione di ammetterlo. Mi sembrava che l’aspetto ‘ turistico’  fosse la spinta prevalente e questo mi appariva quasi poco etico. Così la mia difesa del progetto è risultata d’ ufficio, poco convincente.

Entrambi commettevamo un errore di comprensione e valutazione.

Il soggiorno a Londra me lo ha fatto comprendere chiaramente.

I giovani delle cosiddette  Generazioni  Erasmus – ormai dobbiamo  esprimerci al plurale -costituiscono una nuova classe di cittadini : sono  europei, a proprio agio nel mondo.

Sono giovani con un orizzonte ampio che progettano le proprie esistenze dentro una prospettiva priva di confini. Ma che percentuale rappresentano sulla popolazione complessiva dei singoli Stati?  Che essi esistano non significa che le nostre società abbiano un sentire europeo –   gli eventi dell’ultimo anno in Europa ci parlano davvero d’altro.

Non dobbiamo credere che certe idee, sol perché  abbondantemente circolanti sui media, finiscano col permeare di sé coloro con cui vengono a contatto, come la farina che quando ci cade addosso ci lascia bianchi. O forse, dovrei dire che, proprio come la farina, che basta un soffio per disperderla , il sentirsi europei  – anche in noi docenti che nella professione incontriamo l’Europa ad ogni passo-  è un sottile stato che  ci impolvera in superficie e non un elemento identitario.

Essere  Europa è un’ altra cosa.

E per sperimentarlo non si può restare a casa, dentro le pantofole delle proprie giornate, dentro le strade note e le confortevoli abitudini. E nemmeno si può frequentare un corso in inglese a casa propria.

Dove sarebbe quel senso di spaesamento che si prova quando tutti intorno parlano un’altra lingua?  E’ importante che non  si tratti solo di una parentesi di qualche ora rapidamente conclusa. Dobbiamo essere noi fuori posto per provare la necessità di accostarci all’altro e comunicare.

E dove sarebbe quel senso di allegria e di ricchezza di potenzialità che lo sconvolgimento  degli schemi consolidati  e  il diventare parte del flusso umano che incessantemente si riversa nella Tube genera ?  Immergersi nella vita, nei ritmi, nel sistema dei mezzi  di trasporto di un’ altra città,  una come Londra, non è come specularne.

E’ la stessa differenza che affermiamo esistere tra la didattica trasmissiva  –  il discente è un contenitore da riempire, in questo caso di considerazioni sulle magnifiche sorti e progressive dell’essere Europa –  e la didattica che  sperimenta ciò che si apprende – il discente va in Europa e fa esperienza diretta di un mondo che è ancora –  e speriamo resti – altro da sé.  In tutti i suoi  aspetti, linguistici, culturali, antropologici e fa esperienza di sé in relazione agli altri, dei propri pregiudizi, delle abitudini non riconosciute.  ( E pazienza che nel lasso di tempo tra l’organizzazione del progetto e la sua realizzazione, c’è stata la Brexit e quindi l’Inghilterra  dell’Europa non faccia quasi più parte.)

E poi c’è l’entusiasmo  delle possibilità che il nuovo apre. C’è la sfida, anche a verificare se si sia ancora capaci di mettersi  in gioco.

Dunque, ciò che riduttivamente e spocchiosamente chiamavo ‘ turismo ‘ in realtà è il cuore dell’esperienza che diventa forte e incisiva perché coniugata con un corso operativo fin dal primo giorno:  il docente è  davanti al computer e deve svolgere una serie di operazioni per realizzare un percorso didattico strutturato di Formazione a distanza.

Non starò qui a fare della retorica e non affermerò che 5 giorni abbiano consentito di impadronirsi di uno strumento come Moodle  o  che tutto sia stato meraviglioso  o  che tutto sia andato liscio.  Il percorso costruito era una simulazione,ogni tanto le macchine non facevano quello che si chiedeva loro, ogni tanto la frustrazione di non riuscire o di non saper fare qualcosa generava stizza quando non vera rabbia. Ma chi vorrebbe negare che guardare in faccia il proprio limite sia altamente costruttivo?

L’incontro col Claire Wallace, poi, docente  esperta in strumenti digitali per la didattica,  è stato particolarmente centrato.  Con una grande carica di energia e dinamismo,  ha proposto la sperimentazione di differenti strumenti –   Quizlet, Padlet, Kahoot, Lino .  Era evidente che tutta quella forza e quella passione erano per noi: voleva sollecitarci, stimolarci, mostrarci  di più.

Un po’ tra le righe, ci ha rimandato un’immagine  dei docenti italiani come di persone un po’ riottose, recalcitranti  all’innovazione. Ci riconosciamo in questa rappresentazione? La risposta ognuno la elaborerà con se stesso. Ma certamente, il suo  intervento  ha allargato il nostro sguardo a pratiche abituali nella sua didattica quotidiana di docente inglese forse meno in quella di noi italiani.

Sperimentare dall’interno  i meccanismi di funzionamento delle istituzioni scolastiche degli altri paesi europei sarebbe un altro versante formativo di estremo interesse .

I commenti dei partecipanti sono stati unanimemente positivi, entusiasti direi. Credo che fossero sinceri perché questa esperienza è stata realmente sfidante e stimolante, un punto di partenza per costruire competenze didattiche più dinamiche, in linea con i nostri interlocutori e funzionali alla necessità di suscitare e tenere viva una forte motivazione all’apprendimento.

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